Intervista a cura di Giulia Sagramola

15 giugno 2010 Commenti disabilitati su Intervista a cura di Giulia Sagramola

Come è nato in te l’interesse verso il disegno? Come lo hai coltivato?

Tutti i bambini amano disegnare, poi, crescendo si perde per strada quella necessità di rappresentare il mondo, di prendergli le misure. Come fosse una cosa infantile, appunto, di cui vergognarsi, quasi. Confermati e condizionati in questo dalla società degli adulti, i grandi. Io semplicemente non ho mai smesso di farlo, o quasi mai, anche quando ha significato ripercussioni poco piacevoli, tipo il rendimento scolastico all’ITIS (istituto tecnico industriale).

Quando o come hai capito che questa tua passione poteva diventare un mestiere?

Non l’ho mai capito. Ancora oggi ho seri dubbi se quello che faccio possa definirsi un mestiere.
Quello che ho sempre saputo è che mi sentivo votato a disegnare, mi pareva la cosa che mi riuscisse meglio e mi regalasse le gioie più grandi. (A parte il calcio, naturalmente).

Come hai scoperto l’esistenza del “mondo” dell’illustrazione?
Quando hai deciso/capito che questo sarebbe stato il tuo lavoro?

Sui 12-13 anni mandai al Guerin Sportivo un paio di disegnini che illustravano alcune azioni di gioco del campionato di calcio di serie A. Quando li vidi pubblicati nella posta dei lettori, ebbi la prima conferma che tutti i quaderni che imbrattavo potevano servire a qualcos’altro, oltre al mio piacere di farlo.

Come ti sei mosso? Che cosa hai fatto per concretizzare il tuo obiettivo?

Quando con la mia classe dell’ITI (indirizzo elettrotecnica) andammo in visita ad un centro di formazione professionale, scoprii che lì c’era anche un corso di grafica e mi ci intrufolai, svicolando dal resto del gruppo.
Conobbi Walter Pretolani, che insegnava in quel corso e tornai a trovarlo con i miei disegni pretenziosi e sgrammaticati. Lui mi fece conoscere un mondo di cui ignoravo l’esistenza, me ne insegnò le regole prima, poi come trasgredirle. Non esagero se dico che quell’incontro mi cambiò la vita per sempre.
Pochi anni dopo mi ritrovai in quella scuola in veste di insegnante e cominciai a familiarizzare con le responsabilità, io così abile a dribblarle.

Quali sono stati i tuoi primi lavori?

Il primo degno di nota è quello delle illustrazioni per l’edizione anastatica di un libro del 1589: L’hospidale de’ pazzi incurabili di Thomaso Garzoni, canonico lateranense del ‘500.
Imparai molto da quel lavoro, ad esempio che le immagini possono parlare, prima di essere ‘belle’.

La ricerca di uno stile personale: credi sia necessaria? Continui a sperimentare?
Se si, cosa ti interessa della sperimentazione?

Non mi interessa la sperimentazione in sé.
È sullo sguardo che bisogna lavorare, prima che sulla mano.
Cercare uno stile, già dall’enunciato, suona artificiale. E capita spesso che in nome di quello stile che abbiamo “cercato” recitiamo noi stessi, bleffando con la nostra natura autentica. Mostrandoci come ci piacerebbe essere, non come siamo.

Nel tuo lavoro mantieni una coerenza stilistica o preferisci variare il tuo segno?

Mi capita di cambiarlo, ma non perché lo voglio, a un certo punto la mano prende il sopravvento sulla testa. E allora non so manco io quel che sarà.

 Secondo te un editore cosa cerca nel tuo segno?

Non lo so e non so neanche se lo sappia l’editore.

 Come nasce un tuo progetto? E le tue idee?

“Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”, diceva Conrad.

Come proponi il tuo lavoro o i tuoi progetti?

Ho sempre cercato il contatto personale, spesso le reazioni le vedi, prima ancora di ascoltarle.

 Com’è stato il tuo primo impatto con il mondo dell’editoria? Venivi retribuito a sufficienza?

Quando mai?

Nella pratica, come hai basato le tariffe per il tuo compenso? Come hai imparato a valutare il giusto compenso per il tuo lavoro?

Parlando con altri autori ci si fa un’idea delle tariffe di mercato. Per le illustrazioni, l’Associazione Illustratori di Milano ha stilato delle tariffe ufficiali molto dettagliate.
Ma a volte si accettano compensi esigui pur di pubblicare il proprio lavoro.

C’è stato un lavoro che ha segnato il confine tra il tuo modo di lavorare iniziale e ora?

Un lavoro che mi ha fatto conoscere qualcosa di me che non sapevo o non volevo sapere, è stato L’è za not, una storia breve ispirata alla vicenda umana dello scrittore Dante Arfelli.

Alcuni autori che hanno influenzato il tuo segno? Perché?

Il Pratt di Corto Maltese, poi Giardino e Carlos Nine e molti altri.
Ma devo mettere Picasso su tutti. Con Picasso ho sentito che è la necessità del fare e di dire, che influenza il segno.

 Riesci a mantenerti con il tuo lavoro di illustratore?
Se sì, prima hai fatto altri lavori?
Se no, che lavoro fai contemporaneamente?

Non ho mai fatto altro che disegnare e ho ridotto per anni i miei bisogni al minimo vitale. Per cui mi basta poco, molto poco, per sentirmi ricco.

Quando ti propongono un lavoro come si relazionano con te? Ti senti lasciato libero di esprimerti oppure sono troppo specifici?

Faccio solo i lavori che mi va di fare.

Credi che il committente ritenga importante il tuo apporto creativo al progetto?

Fungendo da committente di me stesso ritengo ovviamente il mio apporto fondamentale.

Ti è mai capitato di ricevere proposte di lavoro “indecenti” (per contenuti o per richieste estetiche), come ti sei comportato?

Di solito rifiuto.

Hai accettato proposte di lavori che non ti piacevano?

No.

Come hai trovato i tuoi primi lavori e contatti?

Il mio primo contatto con un autore famoso è stato con quel mostro di bravura e umanità che si chiama Vittorio Giardino. Poi, come tutti, ho continuato a telefonare ad autori che stimavo e a redazioni, a prendere treni, anche a frequentare le fiere del libro e del fumetto.

Cosa suggeriresti a chi deve iniziare?

Telefonare, prendere treni, bussare a delle porte.
Trovare dei referenti con cui discutere e scornarsi anche, quelli che formano l’ambito culturale in cui crescere e maturare.
“La vita è l’arte dell’incontro, amico mio”, diceva Vinicio De Moraes.

 Sei in un momento di crisi, hai qualche “tecnica” per riuscire a liberarti?

Magari!

Come vedi il mercato editoriale del paese dove lavori?

Se si vuole una nota di ottimismo, è che il fumetto, grazie al fenomeno del cosiddetto “graphic novel”, sta assurgendo ad una dignità letteraria senza precedenti in Italia, e si sta conquistando un mercato.

Il luogo dove vivi influenza le tue possibilità lavorative? credi che sarebbe stato diverso se vivessi da un’altra parte?

Ovviamente sì. Se fossi nato in Tanzania avrei forse altri problemi.
Per restare tra noi privilegiati, credo sia la determinazione a fare la differenza, anche se abiti a Ravenna.

 Ci sono delle città o delle nazioni che ritieni all’avanguardia per il tuo lavoro? Perché?

In Italia Bologna rappresenta senz’altro un luogo topico per il fumetto. Per la concentrazione di talenti, di attività, di editori.
Non si può non citare la Francia, per stare in Europa. Per la ricchezza delle offerte, le dimensioni del mercato, la varietà.

 Raccontaci un tuo progetto che reputi importante per te.

Ovviamente parli di un progetto professionale in divenire… e qui sono nella fase di accumulo di materiali: ascolto, leggo, faccio ricerche.
Posso dirtene poco, non per scaramanzia o segreto industriale, ma perché è ancora in fase di gestazione e cambia volto continuamente sotto i miei occhi.

 La domanda con la D maiuscola: secondo te che cosa significa illustrare? Quale credi sia il compito dell’illustratore?

Di solito non me lo chiedo mai, quando lavoro. Lo faccio sempre dopo, nei momenti verbosi dell’inattività. E io, quando non lavoro, sono poco lucido.

(Intervista a cura di Giulia Sagramola)

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