Artigianato a fumetti: intervista a Davide Reviati

16 novembre 2010 Commenti disabilitati su Artigianato a fumetti: intervista a Davide Reviati

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L’infanzia e più in generale il racconto di formazione è il momento prediletto, più o meno da sempre, per dire qualcosa sull’età adulta. Paradossi delle storie! Nel mettere in vignette quella dei tuoi protagonisti, per la maggior parte bambini già grandi, era questa la tua intenzione? Quale esigenza ti ha spinto a scegliere questa fase della vita dei tuoi personaggi?

Non so se ‘Morti di sonno’ possa essere definito un romanzo di formazione. So quello che volevo fare, e non era parlare di me e della mia vita, ma di un luogo con le sue contraddizioni, e soprattutto di una generazione che in quel luogo ha consumato le sue ansie e le sue speranze, gioie e disperazioni.
L’intenzione era di raccontare quegli ‘efebi maledetti’ nel modo più sincero possibile, restituendo l’epica delle loro vite, così come ne vivo io il ricordo e la presenza ostinata. E la loro storia non poteva che cominciare dall’infanzia, che è una fase della vita assai interessante, contiene in sé le premesse di ciò che sarà e di ciò che avrebbe potuto essere. I bambini sono insieme pavidi e temerari, generosi e crudeli, i loro slanci sono tanto autentici quanto ingenui e quasi mai edulcorati.
Ecco alcuni motivi che rendono l’infanzia narrativamente speciale.

Nelle tue tavole  tutto si confonde e si mostra liberamente: storyboard, matite, chine, ritocchi. È davvero un processo così istintivo e naturale come sembra o si tratta di una precisa scelta di stile?

Potrei dirti che è stata una scelta precisa e meditata, per far entrare la vita dentro le pagine, con le sue sporcature e imperfezioni, i rimpianti e le goffaggini. Ma sarebbe una bugia: se questo è successo (e lo spero) non è stato grazie a me. Mi piace pensare che ‘Morti di sonno’ avesse troppa fretta di uscire per attardarsi in esercizi di stile e compostezza grafica. Lo si dice spesso, con un po’ di retorica, ma succede proprio così: è la storia stessa che ti chiama e ti vuole in un certo modo. Nessuna scelta di stile dunque, succede e basta.

Il bianco e nero: aiuta o danneggia? Come pittore hai l’abitudine di usare anche il colore. Quale dei due metodi preferisci? Il racconto e la rappresentazione necessitano di due linguaggi differenti o la scelta è dettata da altri fattori? Come (e se) cambiano, con l’utilizzo dell’una o dell’altra tecnica, il significato e il messaggio dell’immagine?

Si può raccontare in tanti modi quanti sono gli autori, non ci sono regole. Del bianco e nero amo la sintesi, la capacità di farsi icona e simbolo, il suo modo di suggerire i colori attraverso le luci o le texture. Quel meraviglioso processo di astrazione che è l’uso della linea per restituire l’idea delle cose, prima ancora della loro fisicità.
Mi è capitato di usare anche il colore nel fumetto, come in alcune parti di ‘Dimenticare Tiananmen’ (BeccoGiallo). Ma l’ho fatto ritagliandogli alcuni spazi mirati, dove fosse libero di esistere a modo suo. Dove il colore potesse parlare a sua volta e significare, e non fosse solo un’aggiunta ‘di servizio’ al bianco e nero. Come in pittura.
Per ora devo ammettere che farei fatica a governarlo e addomesticarlo per renderlo funzionale a esigenze narrative di lunga gittata. So che si ribellerebbe. Anzi, forse lo amo proprio per questo, per la sua ricchezza e anarchia.

Al calcio è dedicata una bella porzione della tua storia. Mi sembra però che ti rifaccia ad una concezione piuttosto archetipica dello sport, come momento di aggregazione o opportunità di mettersi in gioco. La tua generazione, ma anche un po’ la mia ha passato più l’infanzia in cortile che davanti ad un Pc o alla Tv. Credi che Morti di sonno abbia gli strumenti per parlare anche ai bambini di oggi?

Non lo so. Per me è stata una sorpresa più che gratificante sapere che ci si sono identificate persone di generazioni molto lontane. Per ora mi basta.

Il tuo approccio “casareccio” all’arte sequenziale è evidente. Come sei messo a nuove tecnologie? Usi programmi per la colorazione, tavolette grafiche, gomme virtuali? Che ne pensi? La  proliferazione di mezzi digitali può danneggiare la qualità di un’opera?

Certo uso il computer per un sacco di cose, ma non per l’esecuzione di un lavoro. Sono ancora uno di quelli che hanno bisogno di toccare fisicamente la carta, il pennello, di sporcarsi le mani col colore e la china. Tutto questo costituisce il senso stesso del fare e rende più reale l’illusione di lasciare una traccia dietro di me.
Per contro mi è capitato di vedere opere eseguite al computer da rimanerci a bocca aperta. Come ti ho già detto non penso ci siano regole universali e credo sia meglio non cedere alla tentazione di esportare un modello.

Diventare fumettista è il sogno di molti. Cosa ha da offrire il mercato italiano a un giovane che ama raccontare disegnando? C’è davvero solo la grande macchina Bonelli? Quali sono state le tue esperienze editoriali?

Bonelli resta ancora la vera industria italiana del fumetto, per la vastità del suo mercato. Ma oggi il mercato editoriale di fumetti è ricchissimo. Esistono molte case editrici di taglio diverso, che offrono una varietà di occasioni senza precedenti in passato. Il fumetto sta vivendo una fase di grande rinnovamento, credo. E sta faticosamente rompendo gli argini entro i quali è imprigionato da tempo nell’immaginario popolare, proponendosi finalmente come linguaggio autonomo, a pari dignità con la letteratura ufficiale e non più come parente povero e sfigato, adatto a bambinoni poco cresciuti e un po’ scemi. La Coconino Press svolge da anni un lavoro prezioso, sotto questo aspetto.
Quando cominciai la situazione era molto diversa: era difficile per un giovane pubblicare le proprie cose, oggi è spesso fin troppo facile, rischiando di far del male agli esordienti, alla lunga, invece di aiutarli. Io cominciai illustrando l’edizione anastatica di un libro di Tomaso Garzoni, ‘L’hospidale de’ pazzi incurabili’. Continuai a pubblicare illustrazioni e fumetti su alcune riviste, fino ad arrivare a Blue. Da quel momento cominciai a pubblicare le mie storie su varie antologie e cataloghi, prima di uscire coi primi due libri sul mio personaggio di allora, che si chiamava Drug Lion. Ed eccoci a ‘Morti di sonno’ e ‘Dimenticare Tiananmen’, usciti entrambi nel 2009.

Il tuo è sicuramente un modo non convenzionare di fare fumetto. Dai graffiti sulle pareti delle caverne ai manga giapponesi, credi che i balloon abbiano ancora qualcosa (se non molto) da dire? Potrebbero essere addirittura il mezzo per ammaliare il lettore italiano notoriamente pigro o il barboso intellettuale che non considera il fumetto come letteratura? Mi sembra che spesso i punti di forza del fumetto (facilità di fruizione, crossmedialità, immediatezza) siano avvertiti più come difetti…secondo te perché?

Perché spesso il fumetto è stato usato per veicolare storielle di genere, semplificate fino al didascalico, usando a man bassa stereotipi narrativi rubati ad altri linguaggi, finendo per identificarsi fatalmente come un surrogato del cinema o della letteratura. Da qualche tempo il fumetto si prende delle responsabilità narrative impensabili solo qualche decennio fa e sta dimostrando di non soffrire più di alcun complesso di inferiorità. Oggi i fumetti hanno la maturità per parlare di sociale, di politica, di umanità, con la stessa complessità e ricchezza di altri linguaggi. Ed io credo che la strada sia ancora lungi dall’essere esaurita, credo che siamo solo all’inizio dell’esplorazione di un linguaggio relativamente nuovo e delle sue infinite potenzialità.

Noi di Mangialibri le pagine le fagocitiamo. Tu che tipo di lettore sei? Quali generi o autori prediligi, sia nella narrativa che nei fumetti e chi sono gli scrittori o disegnatori a cui ti senti più affine o che ti hanno maggiormente ispirato?

Dovrei farti i nomi di tanti scrittori, autori di fumetti e pittori, registi di cinema e teatro. Te ne dico solo uno, ma importantissimo per me: Goffredo Parise. Mi ha folgorato per la capacità di camminare in equilibrio perfetto su quella linea sottilissima che divide la prosa dalla poesia. Mi ha impressionato il modo, ancora una volta. Quel talento inimitabile di raccontare cose comuni e ordinarie, rendendole speciali e nuove e originali, grazie alla qualità dello sguardo. Come Kieslowski. Ma siamo già a due.

In Morti di Sonno ogni ragazzino ha un soprannome. Io il mio te l’ho svelato. Ora tocca a te: Davide Reviati, detto… e, se ti va, raccontaci perché.

Mi sono permesso di chiederti il tuo, perché il mio te l’ho già svelato nel libro: mi chiamavano Capodistria, oppure Dumbo, per via delle orecchie a sventola.

di Flavio Camilli

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