I dolori della crescita e la spirale della memoria

18 agosto 2013 Commenti disabilitati su I dolori della crescita e la spirale della memoria

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I dolori della crescita e la spirale della memoria

di Matteo Stefanelli

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Nella storia del graphic novel italiano contemporaneo, Morti di sonno di Davide Reviati è, semplicemente, uno degli esempi più compiuti. E uno dei più emozionanti, al contempo lieve e disperato, tragico e sognante. Da un lato perché si tratta di un autentico romanzo di formazione, in questo caso corale, con il suo carico di grandi speranze e illusioni perdute; dall’altro, perché la sua narrazione è anche immaginazione visiva, mediata dal linguaggio del fumetto, di una serie di luoghi, corpi, azioni, atmosfere, sentimenti. Eppure, l’opera di Reviati, creata a trent’anni di distanza dalle italianissime esperienze – e drammi – di cui prova a dare conto, non è solo uno straordinario romanzo (grafico) generazionale. Piuttosto, mi pare uno splendido e dolente lavoro sulla qualità della memoria.
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Morti di sonno racconta i dolori della crescita di un gruppo di amici e in particolare di un ragazzino – Rino, detto Koper – tra interminabili partite di calcio, la vita in un quartiere operaio, la comparsa dell’eroina e l’ombra (tossica) del complesso petrolchimico Anic, fondato nel ’58 su impulso di Enrico Mattei. Il ricordo semi-autobiografico che prende forma , in una sorta di “estate lunga dieci anni” di fine anni Settanta, è quello non solo di una provincia industriale spesso dimenticata – qui, quella di Ravenna – come spazio di emarginazione sociale, ma di un’intera generazione. Una comunità di famiglie segnate da vuoti fisici e simbolici, come gli ampi spazi aperti della pianura e dei campi intorno al Villaggio Anic, la scarsità di alternative alle lunghe sfide a pallone, o l’assenza di informazioni sulle conseguenze nocive dell’esposizione ai gas del petrolchimico. Ma in Morti di sonno la dimensione cronachistica è un baricentro solo apparente. Al cuore del ricordo c’è una visione della giovinezza, in cui l’autore cerca di restituire la vitalità di “efebi maledetti” – come Reviati ha chiamato i suoi ragazzini – senza chiudersi nell’elegia: accanto agli slanci di coraggio e alle gioie ci sono crudeltà e tristezza, in un armonioso equilibrio tra epica e intimismo.
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La ricostruzione di Reviati, quindi, più che giornalistica, è emotiva. E come si confà ai migliori fumettisti, è nel disegno che trova la sua espressione più compiuta. Da un lato perché le sue immagini rispecchiano il vuoto simbolico del Villaggio Anic attraverso vignette e tavole spesso scariche, prive di dettagli troppo definiti. Le pagine di Reviati sono composizioni schizzate, che danno la sensazione di essere rimaste, talvolta, allo stadio di bozzetti (fino a ridursi letteralmente al solo layout, come nella splendida sequenza di ritratti all’inizio, o in una scena funebre verso il finale).
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A sostenere questa inquieta plasticità, insieme sospesa e fremente, c’è il tratto, che testimonia la consapevole incompiutezza dell’esplorazione nei/dei ricordi. La linea di Reviati è perfettamente a suo agio in questa dimensione, e trova la sua massima energia espressiva non solo presentandosi come tratteggio costantemente aperto, spezzato, ma aggregandosi in matasse vorticose. Nelle scene più dinamiche ed emotivamente intense, come le ripetute corse, gli scontri o le eterne partite – tra le più belle rappresentazioni del gesto calcistico mai viste nel fumetto – i corpi dei ragazzini sembrano allungarsi e deformarsi, quasi fossero fiammelle scosse dal vento. In quei momenti i volumi non si semplificano e anzi, paradossalmente, i volti o il pallone divengono piccoli gorghi di tratti curvilinei, che si avviluppano in spirali. Come a ruotare intorno a un nucleo inattingibile, i vortici del pennino di Reviati disegnano forme spiraleggianti, eternamente provvisorie, instabili. Nel mulinello dei tratteggi tutto si confonde, e ciò che ne emerge è l’energia vitale dei gesti: l’energia che guida la ricerca da parte di Reviati di momenti densi, che rappresentino non degli estratti dal “documento” di una vita, ma degli scatti improvvisi della memoria in grado di far balenare, dal caos apparente, il nucleo emotivo del frammento. “Per far venir fuori la verità occorre paradossalmente rimaneggiare e stiracchiare la memoria […] Insomma per arrivare alla verità occorre un artificio”.
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Come ha inoltre raccontato l’autore, il lungo processo di realizzazione di Morti di sonno non ha seguito un procedimento lineare. Il graphic novel ha preso forma da appunti disarticolati, sparsi per vari quaderni senza sceneggiatura prestabilita. Nella fase di produzione, alcuni capitoli sono stati anticipati o spostati; alcune tavole stese per una sequenza sono finite in altre; alcune vignette sono state collocate prima in un punto, poi in un altro. La memoria non è mai un mero dato, bensì è un costante lavoro: un percorso di ricerca che scava, modifica, crea. Ricordare è farsi trascinare in una spirale, che i segni sulla carta di Reviati trasferiscono graficamente, abbandonandovisi. Solo così, nel momento culminante, Rino – in realtà, il Reviati ‘ricordante’ di oggi – potrà capire ed accettare la traumatica e paradossale profondità degli eventi: “così può succedere che un’estate lunga dieci anni finisca in mezzo minuto. E non c’è niente di strano. Niente di sbagliato.”

(Prefazione a Morti di sonno, Rizzoli-Corriere della Sera, 2013)

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