Intervista su Lo straniero di dicembre/gennaio 2014

16 gennaio 2014 Commenti disabilitati su Intervista su Lo straniero di dicembre/gennaio 2014

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Come sei diventato autore di fumetti e qual è stata la tua formazione.

Non mi sento di esserci diventato, lo vivo come il naturale proseguimento degli scarabocchi, per lo più suggestioni derivate da film western e scene di calcio, con cui riempivo quaderni interi sin da piccolo. Mi vien da dire che ho semplicemente continuato a disegnare, maturando nel tempo alcuni aspetti e perdendone altri.
Quando poi divenni perito elettrotecnico grazie a una caricatura (richiestami) della commissione d’esame alla maturità, cominciai a sospettare davvero che non sarei finito ad occuparmi di valvole e fusibili.
Certo da allora ci stanno un sacco di incontri, esperienze, di studi e letture che mi hanno portato fino qui, ma forse per quel che riguarda la mia fiducia cieca e incrollabile in quel che avrei fatto nella vita, la partita si è giocata là.

 Hai avuto dei maestri (reali, ideali, interiori…)? Chi erano all’inizio i tuoi modelli? Ci sono influenze che riconosci (Senza limitarti ai fumetti)?

Potrei dire di Vittorio Giardino, ad esempio, e del peso che ha avuto per me l’incontro col suo lavoro e poi quello con lui nel suo studio a Bologna. E poi altri, tanti compagni di strada, che sono stati molte volte anche dei maestri e dei modelli. Alcuni ho avuto la fortuna di frequentarli, altri mi hanno accompagnato da lontano. Scrittori, registi e pittori, ma anche operai e baristi. Sono queste le influenze che riconosco, nel lavoro e nella vita, che sono spesso la stessa cosa per me.
Ma a molti non sarei arrivato se non avessi conosciuto Walter Pretolani, che incontrai nelle sua veste di insegnante al centro di formazione professionale Albe Steiner di Ravenna.

Preferisci lavorare da solo o cerchi anche la collaborazione? A quali condizioni?
Hai collaborato con autori appartenenti ad altri campi (pittori, scrittori, musicisti, registi…)? Cosa ti ha dato questa esperienza?

Mi è capitato di collaborare con altri artisti, che erano prima di tutto amici. Faccio fatica a concepire qualsiasi condivisione prescindendo dall’aspetto umano e per così dire affettivo. Questa è la condizione. E le poche esperienze negative di collaborazione, a riguardarle, sono nate tutte da un equivoco di fondo, che di solito è il mio.
La pratica dell’autore è per sua natura solitaria e ritirata, devo ammettere che per molti aspetti mi assomiglia e mi ci sono adattato presto. Non perché lo preferisca, anzi mi sento orfano delle esperienze collettive, come il calcio praticato e la vita di spogliatoio: che gusto c’è a segnare un gol se non hai nessuno da abbracciare? Per questo il teatro, ad esempio, è un ambito a cui guardo con molto interesse e un pizzico di invidia. Quando con Elena Bucci, Claudio Ballestracci e l’associazione Rrose Sélavy abbiamo messo su uno spettacolo che si chiamava Bambini e che debuttò al festival di Santarcangelo, ebbi l’impressione di sublimare qualcosa di quella dimensione collettiva del calcio che ancora oggi mi manca.

Il fumetto è oggi per te la professione o un secondo lavoro? E se non è il primo, vorresti che lo fosse?

È diventato quel che sognavo da bambino, la mia pratica principale, insieme alla pittura e al disegno. Non ci divento ricco, ma mi sono abituato a farmi bastare molto poco.
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Che idea hai del tuo pubblico? Hai un’immagine del tuo lettore ideale?

Per carità, quando si parla di “mio pubblico” mi pare ci sia qualcosa che non funziona. Sento che introduce un equivoco di fondo, un equivoco pericoloso, che non so spiegare se non come un presentimento. Sembrerà una questione di lana caprina ma per quel che mi riguarda preferisco non parlare di mio pubblico, ma di lettori che seguono le cose che faccio perché gli piacciono, ci si ritrovano o altro. E l’idea che ne ho è tutta nelle persone incontrate ai festival e agli incontri, e mi sono sembrate talmente varie che anche volendo mi riuscirebbe difficile schematizzarle in categorie. Solo una cosa li accomuna tutti nella speranza dell’autore, perché se vogliamo essere sinceri, chi è il lettore ideale se non quello che urla al capolavoro ogni volta?

Il tuo rapporto con l’editoria e con il mercato editoriale italiano.

Non ci penso troppo al mercato o cerco di non farlo.
Per l’editoria Coconino Press (con Fandango Libri) è un ambiente in cui mi riconosco molto, per ora, e dove sento quella condivisione di cui parlavo prima. La presenza di Igort come direttore artistico e di Carlo Barbieri come editore – la sua mancanza è ancora bruciante – è stata fondamentale per farmi sentire parte di qualcosa, di un progetto, di un mondo in cui finalmente riesco a ritrovarmi.
Ho lavorato anche con altri editori, ma prima di tutti c’è stato quel personaggio straordinario e ineffabile che è Francesco Coniglio. Fu lui a mettermi in relazione col mondo editoriale – all’epoca dirigeva le edizioni Mare Nero – pubblicando le mie storie sulla rivista Blue e poi editando il mio primo libro a distribuzione nazionale. Ricordo ancora un editoriale che firmò per un numero di Blue a titolo Il folle Reviati. Sarà per questo che si stabilì una certa empatia, sembrando a me che il matto fosse lui.

E le differenze con il mercato e l’ambiente culturale di altri Paesi con cui ti sei confrontato.

Per quel che ho visto, la Francia mi pare ancora su un altro livello, sia come mercato che come clima culturale. E spero di non dirlo solo per l’accoglienza che ha riservato ai miei libri, che mi ha stupito e gratificato, ma per la mancanza di pregiudizi e l’attenzione nei confronti di un linguaggio come il fumetto, a cui destina spesso spazi importanti e non solo in ambiti specializzati. In Italia è raro che sul fumetto possano uscire servizi culturali degni di questo nome al telegiornale o articoli tanto competenti quanto circostanziati sui principali giornali nazionali.

Cosa pensi della cultura italiana attuale?

È una domanda difficile, in Italia lo stato della cultura è come tutto il resto, un groviglio inestricabile di buono e cattivo, un caos dove tutto convive e sembra stare sullo stesso piano.
Quel che posso dire è che vedo intellettuali, scrittori, artisti che sembra ci credano ancora, tanto coerenti quanto, in molti casi, lontani dalle luci mediatiche e dai giochi di potere. Voci importanti e preziose, come quelle di Goffredo Fofi e Adriano Sofri, per esempio.
Forse non sono la maggioranza, ma quando mai lo sono state? Le voci più divulgate sono quelle che rappresentano persino meglio i tempi, distratti e opportunisti, in cui superficialità e ignoranza sono valori di cui andare fieri. Sono i rappresentanti della cultura, sia quella ufficiale sia quella più underground – dove spesso si ritrovano le stesse logiche di potere e la stessa aridità – che sembrano aver perso qualsiasi contatto con la vita, i bisogni reali e la loro funzione ideale.
E anche questa non è una novità, come il fatto che, di questo passo, la cultura non abbia più alcun peso nella vita sociale e politica del Paese. Non solo per la difficoltà delle nuove generazioni di entrare in rapporto col mondo, ma per cause sociali e politiche complesse che non sono in grado di affrontare.
Mi viene in mente una frase di Franco Battiato che ho sentito qualche tempo fa – che forse non c’entra nulla o forse c’entra parecchio – in cui mi riconosco molto: “preferisco sentirmi stupido ascoltando persone intelligenti piuttosto che sentirmi intelligente guardando degli stupidi”.

 E della tua generazione?

Schematizzando un bel po’, mi sembra che la mia generazione sconti una deriva post contestazione e la successiva restaurazione. E che la paghi ancora, quella sconfitta delle generazioni precedenti. Il che tra le altre cose, ha finito anche col creare degli agguerriti manager della cultura e dei disadattati, come me.

Cos’è per te il realismo? E il fantastico? E se vedi queste due direzioni/tradizioni come alternative, a quale senti di appartenere?
Quali sono i temi, le atmosfere e le situazioni che preferisci raccontare?

Ho delle ossessioni, che fanno capo ad alcune mie tare, come il problema del tempo e della sua percezione. Per questo, credo, la memoria è un tema ricorrente nei miei ultimi lavori, come pure la mancanza e la morte. Per me tutto questo ha a che fare in modo strettissimo con il centro del mio interesse, che sono le persone, le loro storie. Attraverso le loro contraddizioni e il loro modo di affrontarle, cerco di parlare della condizione umana, che è paradossale. Come dice Emmanuel Guibert “la vita è una cosa che va celebrata”, ecco quel che vorrei fare col mio lavoro. Se ci si riesce raccontando storie fantastiche o ancorate a un reale verosimile ha poca importanza per me.

 Cosa ti appaga e cosa no della “forma graphic novel”.

Sono convinto che il fumetto non abbia esaurito affatto le sue potenzialità espressive e che i margini di espansione del suo alfabeto linguistico siano enormi. E credo che oggi ci siano le condizioni perché si possa osare di più. Per questo la “forma graphic novel” svolge un ruolo innovativo, prendendosi delle libertà impensabili per altre arti, sia nelle tematiche che nell’esplorazione del linguaggio.
Cito ancora Guibert, ad esempio, per parlare di un autore che sento tanto affine nei moventi quanto lontano nei modi, al punto che la forza dei suoi lavori probabilmente mi sfugge. Anzi spesso non la capisco proprio. Ma quando leggo opere come L’infanzia di Alan e prima ancora La guerra di Alan, mi pare di afferrare, ogni volta come fosse la prima, un senso profondo in questo lavoro di raccontare, di scrivere e disegnare. Attraverso memorie di vita quotidiana, ricordi intimi, piccoli episodi insignificanti, Guibert narra in forma di diario la vita di un uomo qualunque nato in California negli anni ’20, e lo fa in modo semplice, elementare, quasi banale. Una vita normale, niente di più, forse la materia meno letteraria del mondo, eppure succede quello che non ti aspetti, chiudi la pagina e resti col libro tra le mani e il groppo in gola, non sapendo neanche il perché. Ecco la magia. Ed ecco quello che mi piace della “forma graphic novel”, ogni volta che si riesce a raccontare l’ordinario, il banale, rendendolo straordinario e speciale, allora dirmi appagato è poco, ne sono commosso, e ho l’impressione che in questo fare ci sia finalmente un filo diretto con la vita.
Ce ne sono tanti di autori e disegnatori che riescono, ognuno a suo modo, in questo incanto. Per loro provo una stima e una gratitudine immense, e non solo artistiche ma forse, soprattutto umane.
Potrei dire che mi piace meno quando lo sguardo non è mosso da un interesse reale, quando non è partecipato, quando le consuetudini diventano regole e si mangiano l’anima delle cose o quando le intenzioni sono furbe e il movente in malafede, ma questo non succede solo nel graphic novel.

Gli strumenti del tuo lavoro. Quale tecnologie usi e perché.

La penna il pennello il pennino e l’inchiostro, mi piace ritrovarmi con le mani sporche alla fine del lavoro, mi dà l’impressione tangibile di aver faticato, di aver creato qualcosa che esiste davvero, qualcosa di solido, fatto di materia.
Il computer lo uso soprattutto in post produzione, che è una fase decisiva perché i fumetti e le illustrazioni hanno la loro ragione ultima nella riproduzione tipografica e il computer è una tappa determinante nella preparazione delle immagini per una buona riuscita in stampa. Senza contare la spedizione all’editore o il controllo dell’impaginazione grafica e gli accordi sul lavoro.
Nonostante tutto confesso una certa diffidenza, continuo ad avere l’impressione che i cristalli liquidi di uno schermo che ricostruiscono il mio disegno siano un’illusione più labile e provvisoria di un foglio di carta. E poi riguardare il lavoro sfogliando delle pagine di cellulosa mi sembra sia più sano che sfogliare un ipad o dei file sullo schermo del pc; mi tiene ancorato a terra, mi dà la misura esatta di quel che sto facendo: traccio dei segni sulla carta.
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