La memoria del diverso

11 marzo 2016 Commenti disabilitati su La memoria del diverso

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“Sputa tre volte” di Davide Reviati.
La memoria del diverso

di Iacopo Gardelli

Qualche riflessione e un’intervista su “Sputa tre volte”, l’ultima opera del fumettista ravennate Davide Reviati, appena uscita per Coconino Press: un Bildungsroman ad ampio respiro, che supera ed arricchisce l’universo narrativo del fortunato “Morti di sonno”

Ci sono fumettisti che ti colpiscono con la precisione chirurgica del tratto, per quella capacità quasi fotografica di rappresentare la natura, come Taniguchi. Altri per l’onirismo immaginifico, come Moebius; altri ancora grazie al carisma di un personaggio che sembra di conoscere da una vita, come il Corto Maltese di Hugo Pratt; alcuni attirano il tuo sguardo grazie al virtuosismo grafico o per la grande eleganza estetica, come Manuele Fior.

Davide Reviati, a differenza di tutti gli altri, lascia che sia il vuoto a catturare il lettore. Le sue storie procedono per allusioni, misteri, sospensioni. E sono proprio queste pause, che sfidano l’intelligenza del lettore e ne stimolano la curiosità, a catturare come una lenza i nostri occhi, a spingerci a girare pagina ancora e ancora, per godere sempre di più dei suoi disegni. Ho sempre invidiato la capacità dei grandi narratori di dire senza dire. Quelli che, con una parola giusta, appesa lì, quasi casualmente, riescono ad alludere a un cosmo. Davide Reviati, con questo ultimo Sputa tre volte, edito da Coconino Press, si conferma essere uno di questi narratori.

Nel suo caso, non è solo il lessico ad essere centellinato con equilibrio, con gusto da poeta – abilità non scontata in un fumettista – ma è anche la capacità di fare di più con il meno sia dal punto di vista grafico, grazie all’uso dello schizzo e dell’abbozzo, sia da quello narratologico, attraverso le pause e le allusioni. Questa è stata la grande intuizione del celebre Morti di sonno, nonché, senza dubbio, una delle ragioni del suo successo. Un tratto veloce, nervoso, due segni grafici e il nostro occhio ricostruisce gestalticamente l’universo che gli sta dietro. Sembra semplice, detta così, ma ci vuole una grande sapienza e tanto esercizio per riuscire a giungere a queste altezze. Altri la chiamano sprezzatura.

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Sputa tre volte non abbandona questo metodo, ma lo porta ad un altro livello di consapevolezza. Sputa tre volte è un libro che a pagina 30 ti cattura, a pagina 60 ti tira per le orecchie, a pagina 150 ti dà un calcio ben assestato e a pagina 250 ti ha già bello che scaraventato in cima al capolavoro, dove ti lascia boccheggiante e confuso, fino alla fine. È complesso offrire uno sguardo che possa risultare assieme sia sintetico che esauriente per quello che non esiterei a definire un vero e proprio Bildungsroman grafico di più di 500 pagine, frutto di sei anni di incubazione – e già questo basterebbe a festeggiare la sua pubblicazione come un evento artistico importante per la nostra città e per la narrativa a fumetti. Ma si può tentare di attaccarlo di traverso, riflettendo sui temi portanti che sostengono le sue tavole in bianco e nero.

Il primo, immediato tema di Sputa tre volte è la memoria, un concetto caro a Reviati, che permea anche i precedenti Morti di sonno (2009) e Dimenticare Tienanmen (2009), sempre in modo problematico. La memoria, per Reviati, non è mai comoda né facile. Se nel primo libro, infatti, il nodo da sciogliere era quello di una memoria dolorosa, e del conseguente tentativo di accordare la tragedia privata all’indifferenza pubblica, nel secondo si tratta piuttosto di una riflessione sulla fugacità della memoria, trasmessa graficamente da quelle tavole dove i visi delle vittime finiscono per obliarsi nel tempo.

In quest’ultimo libro, invece, la memoria compie un movimento opposto: riemerge, si ripresenta senza tregua. E, una volta di più, si tratta di un elemento disturbante, doloroso: da una parte lo sforzo del protagonista Guido di superare il lutto per la morte della figura paterna; dall’altro lo scoprimento del Porrajmos – “divoramento” in lingua romanì – ovvero dell’Olocausto sofferto parallelamente a quello ebraico dai popoli di etnia rom e sinti durante la Seconda Guerra Mondiale. Evento che, a differenza del primo, è stato subito coperto da una colata di silenzio, e perciò continua a bruciare: “I vincenti dovrebbero fare i conti col reuma della vergogna, che salta fuori ogni volta che cambia il tempo”, scrive Reviati. Il ricordo di questo dolore muto, che non ha trovato giustizia adeguata né pagine sulle quali essere tramandato, ritorna, emerge da un campo arato sotto forma di cocci rotti, scorie, ossa ritrovate durante i giochi d’infanzia dei protagonisti. Si tratta del “Campo dei Miracoli”, invenzione di Davide, come vedremo, ma non troppo lontana dalla realtà.

Ciò che stupisce, nella narrazione di Reviati, è l’attenzione sempre vigile a non cadere in patetismi né in apologie. Il racconto del rapporto tra i protagonisti sedentari, i “gagi”, e gli zingari è lontanissimo da quell’atteggiamento ipocrita tipicamente liberal che, volendo ergersi a tribuno della dignità degli sconfitti, finisce per appropriarsi del loro dolore e digerirlo in opere estetiche di comodo: confessionali di una coscienza colpevole. Reviati ci racconta del rapporto col diverso, e lo fa con una sincerità ammirevole, che non appiana affatto le contraddizioni del diverso (come con lo splendido personaggio di Loretta, centrale in tutto libro), e neppure rinuncia a rendergli almeno un briciolo di giustizia.STV-caf-16Ed è tanto più efficace, questo scontro col diverso, proprio perché gli zingari rappresentano ancora per noi un elemento non razionalizzato né conosciuto. Avvertiti come estranei “radicali” per noi Europei, usati dalla politica come spauracchio o capro espiatorio, l’appartenenza all’etnia zingara è ancora sufficiente per marchiare un individuo ed escluderlo da ogni discussione razionale. “Sono zingari, c’è bisogno d’altro?”, si chiede ironicamente Reviati.

Ogni Altro è uno specchio per ridefinire la nostra identità, per interrogare noi stessi: e così avviene anche per Guido. Adolescente comune, intrappolato in quell’eterno dolce far niente, composto di bocciature all’ITIS e di “stoppaccioni”, fumati ai capanni della Baiona, dentro un bunker, o lungo l’Adriatica verso lo Slego, Guido riesce a superare il lutto per la scomparsa del padre anche grazie allo scontro con la realtà rom.

Da una parte ci sono Maurizio, detto Al Pacino, zingaro che lo salva da una deriva reale e metaforica, e sua sorella Loretta, icona inquietante eppure famigliare della miseria e del diverso incomprensibile; dall’altra l’amico d’infanzia Moreno, detto Grisù.

Un lettore smaliziato, mettendo assieme i vari indizi disseminati qua e là nella narrazione, potrebbe arrivare a formulare un’ipotesi: anche in Moreno, in realtà, scorre il sangue del mondo dei nomadi. Si tratta infatti di un orfano, affidato a una famiglia di “gagi”, il cui padre adottivo sembra essere rimasto invischiato in relazioni oscure con la famiglia rom degli Stančič. Questo compagno, che Guido si trova addosso “come la febbre sbirulina”, con la sua latente selvatichezza, la sua impulsività e la sua brutalità, scuote spesso l’apatia di Guido e in varie occasioni, svolge inconsapevolmente il ruolo di maestro e protettore, come all’inizio del libro quando, pur di salvare il mistero dell’infanzia, è disposto a prendere a sassate il compagno.

Per tutta la lunghezza di questa storia, sarà proprio grazie allo scontro con Grisù che Guido assimilerà preziose lezioni morali: “non fare nulla che non potresti sopportare” o “se non sei disposto a subire lo stesso”, come durante la brutale uccisione di Cancero, il cane protagonista di alcune delle tavole più belle del volume; o, per citare le frase probabilmente più memorabile di Sputa tre volte, “la felicità non va portata in giro come un vestito nuovo”.

(continua…)

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