C’era una volta

9 aprile 2016 Commenti disabilitati su C’era una volta

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C’era una volta. Una. Perché una volta sola basta a cambiare per sempre gli equilibri della vita di qualcuno. Perché i posti cambiano come la gente, senza spiegarti, ma anche perché la felicità non va portata in giro come un vestito nuovo. Dopo Morti di sonno (2009), Davide Reviati è tornato con Sputa tre volte(Coconino Press, 2016), un altro fumetto fiume in cui si parla e si disegna ancora una volta d’amicizia e di perdita, di tolleranza e del suo contrario, della paura del diverso e della speranza di riuscire ad accettarlo nonostante tutto, e che ci insegna una volta di più come ormai il graphic novel abbia davvero tutte le carte in regola per essere considerato pura letteratura.

Linea di confine

Potrebbe essere un film, questo Sputa tre volte: ne ha il bianco e nero profondo, ne ha i tagli di luce, ne ha le scansioni temporali che ti fanno avvertire il silenzio che passa tra una parola e l’altra. Non è frequente, in un fumetto, trovare questa scansione – la componente fisica e reale che estrae dal sogno e immerge in una storia vera. Vera, anche se inizia come una favola: Noi partivamo presto, senza troppa voglia. Nessuno da salutare. Niente appuntamenti. Andavamo così, con la testa vuota. (…) C’era una volta. Una volta sola. Seduti in un’immaginaria sala davanti ad un film proiettato, questo sarebbe il buio. Da quel buco nero che inghiotte destini e storie, emergono le voci di Guido e di Grisù, Katango, Annalita: saranno loro – com’era stato per Koper, Scartigno e gli altri compagni di Morti di sonno – che porteranno avanti il segreto, il centro vibrante della favola nera che sta al centro di Sputa tre volte. Non a caso questo libro si apre così: con un sogno, quello di un groppo in gola che sparisce solo quando un pugno forte viene a pescare per la coda gli uccelli neri che fanno il nido e il nodo nello stomaco. Quel volo di liberazione è lo stesso che esce ed uscirà dalla penna di Reviati, che conduce ancora una volta sulle sponde di quella periferia romagnola che gli è così cara. L’unica possibile. L’unica dove tutto può succedere ed è successo. Una volta sola, quella che basta per non essere più dimenticata.
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I compagni dell’infanzia non li scegli, ti capitano addosso e ti entrano dentro come la febbre sbirulina, e non se ne vanno nemmeno se li prendi a calci. Tra una bocciatura e un giro in bicicletta, Guido e i suoi amici si muovono sulle sponde del Lamone, tra i campi su cui affacciano alberi che aspettano di dare fichi e ciliegie insieme, lì dove ogni tanto un lupo attraversa la strada per avvicinarsi alle case. Un confine labile e sottile li divide dagli zingari, in particolare dalla famiglia Stančič, in Italia per salvarsi dalla miseria, che tenta faticosamente di sopravvivere in una provincia che è già territorio di tutti e di nessuno: le donne, le ragazze, gli uomini sinti e gagi, frequentano i bar e vogliono fumare le sigarette come gli altri, ma a loro è riservata una diffidenza speciale, una tolleranza esercitata a fatica, quella che costringe sempre e comunque ad evitare di bere dal collo della stessa bottiglia. Guido, Grisù, Katango e gli altri s’incontrano con quel sospetto e quella paura arcaica senza nome lì al Campo dei Miracoli, un territorio perso tra un caseggiato e l’altro dove la terra restituisce vecchie pistole, bambole rotte e ossa di animale. I giochi dei ragazzi sono pericolosi tanto i silenzi dei grandi: i silenzi, a volte, sono l’unico modo per salvarsi.

Dire ad un bambino che è buono è infatti come fargli una sorta di malocchio, è una maledizione, una bestemmia; dunque è meglio tacere. Gli adulti sono figure minacciose, disegnate in modo sublime da Reviati che calca la mano sui chiaro scuri che tratteggiano i loro volti duri; ai figli è imposto il compito di leggere tra le righe, di fare meno domande possibile. Così, tra pari, succede che Guido e i suoi incontrino Loretta, loro coetanea ma con gli occhi duri e tanto scontrosi da sembrare già vecchia: lei, la strega, la pazza, è il bersaglio per le loro crudeltà ma anche una figura intensa, che in sé racchiude tutto il mistero che passa tra un mondo e l’altro. Lo sguardo di Loretta fa da spartiacque tra l’universo degli zingari e quello degli italiani, che convivono a stento e a forza tra gli alberi che tutto sanno e che nascondono ogni segreto.

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Sputa tre volte

Loretta è il bersaglio ma anche il canale attraverso il quale la crudeltà e la curiosità dell’adolescenza possono trovare sfogo. Con l’irragionevolezza della gioventù c’è un filo che si tende tra le due fazioni, quella degli adulti e quella dei ragazzi, quella degli stranieri e quella degli indigeni, un filo che li connette e li separa allo stesso modo. In quest’epopea che narra della paura di accettare e di accettarsi, di andare a scavare lì oltre i confini del conosciuto, ci si può appellare solo agli eroi degli spaghetti western e dei fumetti, che coi loro cavalli neri vengono di tanto in tanto a sorprendere i protagonisti, fermando loro la mano. La violenza che percorre Sputa tre volte – gesto scaramantico che insiste nel tenere separate due realtà che faticano a comunicare – è inevitabile; così come lo è un vago sentimento d’amore, una disperata ricerca di dialogo nel momento peggiore, quando tutto sembra andare verso la dissoluzione. Guido si pone domande e si comporta con grande innocenza: in lui sono condensati tutti quei tumulti incoerenti, quelle forze contrapposte che non solo descrivono un’età di contrasti ma anche l’incertezza che sta nella scelta tra bene e male. I personaggi di Reviati cedono soltanto apparentemente alla semplificazione; in loro esiste sempre e comunque una spinta, donata alle nuove generazioni, perché si crei uno spiraglio anche mentre la storia avanza a grandi passi. Lo studio dietro al fumetto diventa evidente pagina dopo pagina, quando la questione razziale, finanche politica, diventa uno spunto per ricordarci la marea di battaglie già sconfitte perpetrate dall’umanità. In Sputa tre volte, anche all’insaputa dei suoi personaggi, Reviati fa intuire che possa esserci una speranza, un’occasione anche breve perché tutto diventi rimediabile. Bisogna però accettare l’assunto secondo il quale la pace non è fabbricabile senza la guerra, che la tolleranza non può scaturire senza un doloroso, pregresso sospetto. Il respiro del lettore è corto e appassionato mentre lo scopre insieme a questi personaggi, il cuore batte come succede solo di fronte a storie di questo spessore, colme di mistero, di durezza e d’amore.

Chi accende il buio

Fumetto forte e fragile allo stesso tempo, Sputa tre volte riconferma Reviati come un disegnatore di raro talento. Bianco e nero sono gli unici colori che appaiono, nelle loro infinite declinazioni: non può essere altrimenti, del resto, la tinta di questa storia che è successa un momento fa eppure è già scomparsa; il sapore è e dev’essere quello del ricordo, quella particolare rimembranza che ha bisogno di essere chiusa in un cassetto per smettere di fare male. Spettacolare e d’effetto è il respiro della penna che costruisce questo libro, un’unica linea riconoscibile che si fa aspra e dura quando deve aggrovigliare le parole, quando deve indurire i volti, quando deve imprimere nella memoria – sia di chi legge che di chi vive nella pagina – i misteri e le domande a cui sarà difficile darsi risposta, anche dopo molto tempo. In Sputa tre volte capita di voltare la pagina ed essere scossi dalla profondità dei disegni: tavole che portano con sé un respiro animale, profondo ma anche muto, lo stesso che fa il vento che passa dentro un fiume d’erba. Reviati sa illustrare il senso di colpa e quello di disagio che sta tra un’età e l’altra, quella dell’adolescenza e quella della ragione. Il disegno non abbandona questo stato d’animo neanche per un momento, anzi si acuisce creando un’atmosfera ricca di tensione che tiene testa ad una narrazione a volte tesa e a volte profonda, certe altre votata a quel silenzio salvifico di cui si è parlato.

Graficamente parlando, dunque, quest’ultimo figlio di Reviati è la sintesi perfetta di un connubio tra storia e disegno, secondo la modalità del graphic novel – un genere in cui nessuno dei due elementi risulta più sacrificabile. Il punto di buio, invece che quello di fumo, è il sentiero da percorrere per addentrarsi dentro il segreto di questo libro, quella linea impercettibile che sta tra il sole e il mare poco prima che scenda la notte; quel punto di buio che talvolta non è infinito e che una penna bella e intelligente come questa ha il miracoloso compito di dover riaccendere.
Questo libro è per chi tiene un volo di rondini dentro lo stomaco e per chi si è scoperto sconosciuto allo specchio.

Gaia Tarini

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