I dieci anni di “Morti di sonno”

13 agosto 2019 Commenti disabilitati su I dieci anni di “Morti di sonno”

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Morti di sonno è un libro che ha segnato un capitolo importante per il fumetto d’autore contemporaneo italiano. Lo stesso capitolo che passa per Gipi, Igort o Davide Toffolo: la ritrovata volontà e capacità, da parte degli autori nostrani, di raccontare l’Italia, come notava Matteo Stefanelli descrivendo in Fumetto! 150 anni di storie italiane questa fase di «bisogno di territori, ovvero di radicamento e di identità» tipica degli anni zero.

Pubblicato dieci anni fa da Coconino Press, Morti di Sonno è un romanzo di formazione che racconta l’infanzia di un gruppo di ragazzini tra gli anni Settanta e Ottanta. Ritrae una comunità di provincia come fosse un mondo autonomo, relativamente isolato e distante dalle grandi trasformazioni sociali di quegli anni, e lo scorrere del tempo di alcuni bambini, immaturi e ancora goffi, che passano le giornate giocando a pallone, tra piccole e grandi sfide, misteri della preadolescenza, la televisione che punteggia le settimane con telegiornali e qualche film. Sulle loro vicende e passioni si stende l’ombra dello stabilimento petrolchimico Anic di Ravenna. Ed è un’ombra che rende lo scenario oscuro: i cieli sono matasse formate da una moltitudine forsennata di segni, la notte si confonde con il giorno, gli interni con gli esterni. L’inquinamento generato dallo stabilimento dispensa conseguenze nefaste sula salute degli abitanti, solo in parte consapevoli e perlopiù disarmati.

Con un tratto che pare prendere le mosse dall’esempio del Mattotti in bianco e nero, e che oggi potremmo avvicinare al Gipi di La terra dei figli, la penna e il pennello di Reviati tracciano figure con una sorprendente frenesia grafica. Eppure, per quanto di getto e nervoso, il suo segno riesce sempre a controllare la propria frenesia, creando figure spesso scavate, abbozzate, deformate eppure sempre credibili.

Quei ragazzini, quando giocano, sembrano esplodere di forza e di vitalità. L’energia dei loro corpi pare incontenibile. Reviati li osserva e li segue estremamente da vicino: molte inquadrature sono strette, tanto che il limite alto delle vignette finisce subito sopra le loro teste. Così facendo, gli adulti si vedono assai di rado. Viene da pensare alla lezione antica di certe strisce – pensiamo ai Peanuts – con quelle inquadrature centrate all’altezza dei giovani protagonisti, che lasciano poco spazio alla presenza di adulti nel campo visivo del lettore. Così, gli adulti per rientrare nell’inquadratura sembrano chinare il capo, esorbitanti rispetto al limite della vignetta ma anche fuori luogo rispetto alla forza cinetica che ‘agita’ il racconto.

Morti di sonno è dunque un racconto di e per ragazzi, che prende estremamente sul serio i ragazzi. Il loro mondo e le loro attività non sono meno importanti di quelli degli adulti, si svolgono semplicemente su un piano diverso, non meno importante di ciò che succede alla Anic. Reviati sceglie di mostrare ciò che per una generazione succede in parallelo alla vita degli adulti, o che succede prima che la vita vissuta nel mondo degli adulti diventi l’unica vita possibile.

Per i giovani protagonisti della storia il gioco è importante tanto quanto il lavoro per gli adulti.Ci vorrà un allarme lanciato dal grande complesso industriale per interrompere il gioco. Ovvero, per far precipitare i ragazzi nella vita adulta. Lo stabilimento «pare stia lì da secoli, ma non sono nemmeno vent’anni che l’hanno inaugurato». La fabbrica dà la vita – «si può dire che ci siamo nati in grembo, all’Anic» – ma può anche toglierla – «questo nostro paradiso ha un prezzo. La paura».

I bambini che vivono e giocano oggi attorno allo stabilimento Ilva di Taranto, forse, non sono molto diversi da quelli che giocavano vicino al petrolchimico di Ravenna. Sono passati dieci anni dall’uscita di Morti di sonno, ma il racconto di Reviati resta attuale. Perché fa buona memoria del passato ricordando gli effetti sociali degli errori politici e industriali, ma anche perché riattiva l’attenzione sulla dimensione umana di ciò che accade “dietro alle cronache” sull’inquinamento ambientale o le fragilità dello sviluppo industriale di certi territori italiani.

Dopo Morti di sonno Reviati ha osservato il silenzio per alcuni anni e infine è tornato con un libro ancora più denso, complesso e viscerale. Sputa tre volte (Coconino Press, 2016) ha in comune con il graphic novel precedente i luoghi del Nord-est, ma il tema è un altro: la convivenza sociale ai tempi del multiculturalismo. Il disegno si fa meno agitato, i segni meno scarni, le forme più gentili.

A partire da Morti di sonno, Reviati ha inserito il proprio lavoro in una tradizione narrativa italiana, quella del racconto della realtà rurale e popolare. Con il fumetto, Reviati è erede della tradizione del romanzo italiano che segue alle esperienze del Novecento di Federigo Tozzi, Cesare Pavese, Pier Paolo Pasolini. Come essi avevano raccontato l’Italia della provincia e soprattutto della campagna del primo Novecento, come nel cinema il Neorealismo aveva fotografato il Dopoguerra, Reviati riesce a elaborare una fiction che documenta una realtà successiva dello stesso secolo, con una passione viscerale simile forse solo a quella che si vede nelle immagini di Mimmo Jodice quando fotografava i bambini di Napoli. Quella da cui attingono le storie di Reviati è una frazione di Novecento non meno complessa dalla prima metà del secolo, ma forse non altrettanto rispecchiata dalla cultura narrativa.

Fumettologica

L’amara bellezza del grigio

19 giugno 2019 Commenti disabilitati su L’amara bellezza del grigio

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L’amara bellezza del grigio. ‘Morti di sonno’, romanzo grafico di Davide Reviati, ed. Coconino Press

Beati coloro che potranno visitare Cuori bruciati, l’esposizione dei disegni originali di Davide Reviati, in mostra dal 4 maggio fino al 16 giugno a Ravenna all’interno del programma Scrittura Festival 2019. I disegni sono estratti da Sputa tre volte (2016), dall’ancora inedito Chickamauga e dal pluripremiato Morti di sonno (2009), capolavoro fin dalla copertina con un ragazzo alla Goya che vi scruta. Sfogliate le pagine e trovate cieli che incombono più plumbei del fumo che si innalza dalle ciminiere, con i corpi e gli oggetti deformati dal segno caricaturale e grottesco dell’espressionismo tedesco, con quei bianchi che illividiscono e quei neri che angosciano.

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A tratti il reale, poi, sfuma nel fantastico. Da pittura metafisica. Il grigio è la cifra dominante nei disegni e nei cuori. Malinconiche parole vi accompagnano con intensità e la storia cresce poco alla volta davanti ai vostri occhi, sempre più stupefatti per l’amara bellezza delle centinaia di tavole che compongono il romanzo grafico di Davide Reviati – Morti di sonno, Coconino Press, 2009, pp.350, euro 17 – sintesi perfetta di una pluriennale ricerca tra pittura, illustrazione e disegno. Leggete e guardate: “Per la prima volta la fabbrica entrò nelle nostre vite. Senza bussare. Pare stia lì da secoli, ma non sono neanche vent’anni che l’hanno inaugurato. Si può dire che ci siamo nati in grembo all’ANIC. E lui era lì ad aspettare il nostro primo respiro. Ansioso di abbracciarci. Ma quel giorno scoprimmo che questo nostro paradiso ha un prezzo. La paura.” All’ombra di uno dei luoghi più pericolosi d’Italia cresce un gruppo di ragazzini. C’è una scena in Deserto rosso (1964) di Antonioni, quando Giuliana (Monica Vitti) passeggia davanti alle ciminiere del Petrolchimico di Ravenna con suo figlio. Di fronte al fumo pestilenziale il bambino chiede alla madre: “Perché quel fumo è giallo?” “Perché c’è il veleno”, risponde lei. “Allora se un uccellino passa lì in mezzo, muore.” , afferma il piccolo. “Sì” – dice Giuliana – “ ma gli uccellini ormai lo sanno e non ci passano più. Andiamo.” Dieci anni dopo gli operai di quel petrolchimico ancora non sanno quel che avevano imparato gli animali. Non solo ci lavorano, ma lì vivono con le loro famiglie, sotto quei lunghi, puzzolenti e pericolosi camini. L’ANIC, Azienda Nazionale Idrogenazione Idrocarburi, una delle industrie petrolchimiche più importanti d’Italia, venne fatta costruire da Enrico Mattei alla metà dei ’50 del secolo scorso e con lei vennero edificate le case dei suoi lavoratori. Una piccola comunità che aveva a disposizione piazza, chiesa, parchi, negozi e farmacia. Il modello erano i villaggi industriali che dall’ 800 fino al ‘900 avevano costellato l’Europa delle miniere, della siderurgia e del tessile, prima, e del chimico, infine. I progetti urbanistici per dipendenti di Mattei (Ravenna, Gela, Corte di Cadore o quello della sede centrale a S. Donato) avrebbero dovuto essere il corollario sociale dello sviluppo economico e culturale del paese di cui l’industria italiana sarebbe stata il perno. “Siamo fortunati ci ripetono, perché abbiamo una casa e i nostri padri hanno un lavoro sicuro.” Già, un lavoro sicuro. Ma allora quell’allarme che ogni tanto suona per le strade ad avvisare della fuoriuscita di gas tossici? Quel fiume ogni tanto più nero del solito? E poi i padri che ogni tanto si ammalano e muoiono? Sembra quasi di sentirlo l’acre odore delle sostanze chimiche liberarsi nel cielo ravennate, mentre i ragazzi giocano nel campetto con Rino, detto Koper per le orecchie come le antenne di Tele Capodistria, a raccontarci delle esplorazioni e delle partite di calcio (“che viene prima di tutto”) con i suoi compagni, i fratelli Lo Cicero (“che menano come fabbri”), Ermes (“che non ha rivali sulle palle alte”), Rolfo (“che Albertosi gli fa una pippa”), Iper (“uno stopper coi fiocchi”), Gino (detto Scartigno), Ivano (“che sembra Cruyff”), Lario…

Tra sogni e speranze, tra paure e famiglie in disgregazione, Reviati ripercorre sul filo della memoria, e senza nostalgia, la storia di un quartiere, metafora di un intero paese. Gente che arriva da ogni dove per lavorare, la solidarietà tra famiglie, la spensieratezza dell’infanzia, i malesseri dell’adolescenza, la consapevolezza crescente di vivere in un ambiente malsano, i repentini cambiamenti dell’industria, l’emarginazione sociale, la maturazione – “può succedere che un’estate lunga dieci anni finisca in mezzo minuto” – la tossicodipendenza. Le immagini si sposano meravigliosamente ad un testo scritto con tono dolente, poetico, che rende Morti di sonno un imperdibile romanzo sulla fine dell’innocenza di una generazione cresciuta e maturata tra i ’70 e gli ’80, che va a chiudere simbolicamente la sua parabola, e quella dell’intero paese, con la vittoria dell’Italia ai mondiali dell’82. Da (ri)leggere assolutamente.

Pierluigi Pedretti
19/Giu/2019 – Dentro la letteratura

 

 

Integrazione

24 aprile 2019 Commenti disabilitati su Integrazione

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5 libri per capire l’integrazione

Nei giorni delle proteste dei residenti e gli attivisti di destra di Torre Maura, qualche titolo letterario per ragionare più a fondo sul tema della convivenza e dell’inclusione

Mentre la rivolta di residenti e gruppi politici di estrema destra continua a tenere banco nella borgata romana di Torre Maura, la questione della convivenza con gruppi sociali di provenienza straniera, lontana, esotica,diversa è – da anni – uno dei grandi temi alla base del dibattito pubblico italiano. Per offrire nuove prospettive e spunti da cui guardare al tema dell’integrazione in Italia, Raffaele Alberto Ventura ha messo insieme per noi 5 titoli di altrettanti libri a cui dovremmo dare (o ridare) una lettura.

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Davide Reviati, Sputa tre volte (Coconino Press)Di tutte le opere che negli ultimi anni hanno cercato di raccontare con onestà i dilemmi della convivenza, al cinema o in letteratura, la più convincente è probabilmente questo fumetto. Con un disegno sciolto che ricorda vagamente il primo Mattotti e un’ambientazione che evoca certe atmosfere alla Ermanno Olmi, ma anche il primissimo Gipi provinciale e punk, Reviati descrive una valle e i suoi abitanti, tra cui una comunità di nomadi. Così cerca di rispondere alla domanda: cosa succede quando le marginalità s’incontrano e si confrontano?

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